Vittoria Accoramboni, la Francesca da Rimini dell'Urbe

Nel 1833 Henry Beyle (questo il vero nome di Stendhal), in uno dei suoi soggiorni in Italia, lesse per caso in un anonimo manoscritto italiano del Seicento, oggi conservato nella Bibliothéque Nationale di Parigi, la fosca vicenda di Vittoria Accoramboni, giovane e avvenente gentildonna romana vissuta nella seconda metà del XVI secolo. Lo scrittore ne rimase talmente colpito che decise di farlo trascrivere a sue spese e di tradurlo in francese, per farne un racconto. Vittoria era una donna tra le più note del suo tempo: poetessa, dotata di straordinaria bellezza e grande ingegno, tanto che l'anonimo cronista scriveva che "per non adorarla occorreva non averla vista mai". Viveva col padre nel palazzo di famiglia (poi demolito) a piazza Rusticucci vicino a San Pietro. Corteggiata da tutti i cavalieri di Roma, alla fine fu data in sposa ad un giovane Peretti, nipote del cardinale di Montalto (il futuro papa Sisto V). Il personaggio di Vittoria appare ancora oggi ambiguo: non è chiaro se fu un'intrigante abile e senza scrupoli, oppure una debole vittima dei parenti e dei loro poco nobili interessi. Al centro della vicenda è la passione che per Vittoria nutrì Paolo Giordano Orsini, potente e ricchissimo duca di Bracciano, che presto ne divenne l'amante. Per sposarla, l'Orsini prima strangolò la moglie Isabella (per presunta infedeltà e con l'appoggio dei fratelli di lei), poi fece assassinare il marito di Vittoria con uno stratagemma degno di un film di cappa e spada: una sera, mentre stava per andare a letto, il marito di Vittoria ricevette una lettera firmata dal cognato Marcello Accoramboni, esiliato da Roma e molto caro al Peretti. Nella falsa lettera, Marcello chiedeva aiuto e pregava il cognato di raggiungerlo per un affare urgente presso il palazzo di Montecavallo al Quirinale. Vittoria, presagendo il pericolo e assalita dal rimorso, scongiurò il marito di non andare; ma il giovane non si lasciò convincere e uscì di casa. Fatto appena qualche passo su per la salita di Montecavallo, cadde colpito da tre colpi d'archibugio. Gli assassini non furono mai scoperti e tanto meno i mandanti, ma a Roma tutti sapevano della relazione di Vittoria con il duca; tanto che, celebrato nonostante tutto il matrimonio, la Chiesa lo annullò. Quando Sisto V divenne papa nel 1585, la sua vendetta non si fece attendere e la storia dei due amanti, che tanto affascinava i romani dell'epoca, si tramutò in tragedia: i due dovettero fuggire verso il nord dell'Italia e il duca Orsini morì, pare per avvelenamento, lo stesso anno. Vittoria si ritirò a Padova, dove uno dei cugini di Paolo, Lodovico Orsini (che si occupava della divisione dei beni di famiglia), la fece uccidere. Vittoria concluse così la sua vita a ventotto anni. Stendhal non fu l'unico autore interessato al caso della Accoramboni: la vicenda di Vittoria ha ispirato anche una tragedia di Webster (1612) e un romanzo di Tieck (1840).