Quaresima e digiuno

Per lunghi secoli a Roma il tempo fu scandito dalle ricorrenze religiose, con processioni chilometriche da un capo all'altro della città. Il cuore delle manifestazioni legate all'anno liturgico era la Quaresima: in questo periodo, le autorità pontificie emanavano ogni anno provvedimenti e divieti inerenti il precetto pasquale e il digiuno quaresimale. In tempo di Quaresima si poteva mangiare un solo tipo di dolce: "er santo maritozzo", che il primo venerdì di marzo (il San Valentino dell'epoca) veniva donato dai giovanotti alle fidanzate. Uova, formaggio e carne erano permessi solo agli anziani e malati previo permesso scritto; il divieto era peraltro spesso aggirato con qualche monetina infilata sottobanco nelle tasche di parroci e medici. Per chi voleva esser ligio, non restavano che ceci e baccalà. Rigidamente disciplinata era anche l'osservanza del precetto pasquale. Dal Cinquecento al 1870, i parroci compilavano ogni anno le liste degli "stati delle anime": recandosi personalmente presso case, osterie e botteghe, controllavano che tutti i romani adulti e battezzati (ad eccezione dei pubblici peccatori), si confessassero e ricevessero la Comunione. L'adempimento dell'obbligo, detto popolarmente "pijà Pasqua", prender la Pasqua, era certificato dal rilascio di un biglietto. Per i trasgressori, la pena consisteva nel veder scritto il proprio nome su un cartellone affisso a una colonna, ora scomparsa, sull'isola Tiberina davanti alla chiesa di San Bartolomeo, il 27 agosto. Dato però il suddetto 'commercio' di certificazioni ottenute ungendo le ruote, alla fine si ritrovavano 'schedati' non i miscredenti, quanto coloro che non potevano né pagare il sagrestano per procurarsi un biglietto, né qualcuno che si comunicasse al loro posto. Diceva infatti il Belli in un suo sonetto: "Nun prenno Pasqua: ebbè? Scummunicato... / Ho più fed'io che un Giuda che la prenne, / perché un bijetto se crompa e se venne / e er chirico ne sa più der curato". La mancata osservanza dei precetti pasquali poteva poi esser punita molto severamente dalle autorità religiose: oltre alla scomunica, si applicava la pena dell' 'interdetto', ossia la proibizione di entrare in chiesa e, morendo, la privazione della sepoltura religiosa. Se scomunicati e interdetti volevano tornare in grazia di Dio, dovevano partecipare ad una funzione pubblica nel corso della quale erano frustati sulle spalle. In alcuni periodi, in cui i controlli s'inasprirono, si rischiò anche il carcere. Oggi l'idea della 'fede imposta' ci appare una contraddizione in termini: per secoli non fu così, né a Roma né altrove, e il fervore religioso spesso celava la paura della repressione.